Fashion e pandemia: i cambiamenti di un ecosistema miliardario
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Lunedì, 15 Giugno, 2020
Com’è mutato l’equilibrio della catena d’approvvigionamento del settore moda

Con un valore di mercato globalmente riconosciuto che si aggira attorno ai 2.300 miliardi di euro, il comparto della moda è senz’altro uno dei settori maggiormente colpiti dalle conseguenze dall’emergenza sanitaria. È indubbio che se da un lato l’intero spettro che si aggira attorno al mondo del fashion ha subito ingenti perdite, dall’altro è logico pensare che questo settore ne uscirà inesorabilmente mutato. L’intero sistema produttivo è saltato, travolgendo milioni di persone in decine di Paesi diversi: dall’approvvigionamento delle materie prime al prodotto finito, dalla logistica al retail, dall’editoria di moda agli stilisti, fino ad arrivare a modelli e influencer di tutto il mondo. La pandemia ha sciolto l’intera catena di mercato della moda.

 

La dipendenza dalla Cina

L'epidemia ha evidenziato il cordone ombelicale che lega tante filiere produttive alle materie prime provenienti dal Paese della Grande Muraglia. È il caso del comparto tessile. Se i container arrivano col contagocce, è naturale che il resto della catena ne risenta. Così i grandi produttori tessili come il Bangladesh, il Vietnam, il Myanmar e la Cambogia sono stati colpiti dalla scarsità di materie prime prodotte nella Cina continentale, diverse fabbriche sono state costrette a chiudere o a ridurre la forza lavoro per giustificare la carenza di materia prima.

 

C’è anche chi, come Gary Wassner, amministratore delegato della Hilldun Corporation, aveva denunciato nottetempo che una forte soggezione rispetto alla fonte di approvvigionamento cinese non avrebbe giovato a lungo andare: “Abbiamo avvertito della nostra dipendenza dalla Cina per così tanto tempo, sacrificando la nostra capacità di produrre negli Stati Uniti per un [migliore] prezzo in Cina. Nessuno ha ascoltato.”

 

L’emergenza ha bloccato l’intero meccanismo. La moda, infatti, si regge in equilibrio su un filo sorretto dall’apporto di molti a livello globale. Un Paese che è costretto all’isolamento trascina con sé gli altri e i differenti stadi temporali di sviluppo del contagio hanno reso la gestione del meccanismo ancora più complessa. Numerose, ad esempio, sono state le aziende che hanno bloccato gli ordini già commissionati alle fabbriche asiatiche, e in alcuni casi si sono rifiutate di pagare quelli già pronti. Si conti che in Bangladesh, una delle maggiori economie della produzione tessile al mondo, dall’inizio della pandemia sono stati cancellati o sospesi ordini per oltre 2,6 miliardi di euro, non consentendo alle fabbriche di coprire i costi della manodopera e delle materie prime, già scarse.

 

I nuovi attori del comparto tessile

Le temporanee dimissioni dell’apporto asiatico dal comparto tessile, hanno permesso a nuovi potenziali attori di entrare in scena a breve termine. È il caso dei produttori di moda di Turchia e Regno Unito. I due Paesi, infatti, stanno registrando un notevole aumento delle richieste da parte degli acquirenti che cercano di ovviare alla mancanza di forniture dalla Cina continentale.

 

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